Malva 1979 – Il mio brand

Una nuova allure olfattiva per avvolgenti geografie sensoriali

«I primi nove», li chiama. Dispari nati perfetti, capifila di una linea – mai retta, quanto immaginativa – che ingrosserà i suoi sensi. Vanno, intanto, i discepoli molecolari di «Malva 1979», fragranze che si contano su due mani mentre coinvolgono l’intera essenza.
Eaux de parfum che sono ambienti, momenti più-che-reali capaci di eternare i sigilli minimi a cui ancoriamo memorie di una vita: le madeleines dell’adultità scomposta, quando il ricordo scivola in recessi (troppo) offuscati. Malva Moncalvo – farmacista-manager, formata in cosmetica naturale e Alta Profumeria – lì pesca, riaccompagnando luci e ombre al proscenio del nostro tempo; piano li spinge a ballare con dignità illudente, propria a chi nel contegno cela il frisson sottopelle: celebrare l’esserci, impazzendo in un soffio, in un vapore.

La parfumeuse genovese ha racchiuso i suoi talenti prima nel vetro scuro (sapienza d’Oltralpe), poi in uno scrigno nigro (robuste carte italiane) come si fa coi preziosi, da tesoreggiare; guardarli: imperativo; attorno, i delicatissimi decori-origami, geometrici troni. Appena esala la bruma, sotto un getto che fa lo scialle all’identità, l’olfatto risorge – da bistrattati primordi, dalla sua prepotenza di rimanere acceso sempre eppure vigile a capriccio – e là spettina, qui cicatrizza.

Si è alla caletta spezzina come ai faraglioni di Zante, subito «Pied dans l’eau» (note piramide olfattiva); il mare di scogliera e il suo sale minerale accarezzano la vegetazione acquatica prima di montare l’onda e frangersi ozonici su polsi, collo. Recessi nascosti che si fanno annusare solo da vicino, con «Nude essence» (note piramide olfattiva), la veste da notte, quell’auto-abbraccio a luci spente nella morbidezza delle lenzuola cambiate di fresco. Fuori è l’ora giusta: s’aprono le corolle dei fiori bianchi, “i candidi” cui la natura concede il «Moon blooming» (Tuberosa, Tabacco mielato, Vetiver), anticipato trabocco avanti al chiasso dei colori diurni, impollinanti; la sensualità narcotica e lunare conserva tutta la sua regale pudicizia. Che scivola nell’introspezione su «Note of silence» (Incenso…), il meditativo per ricalibrarsi nell’intimo, ripararsi tra pergamene antiche, al protettivo fianco di mistiche aromaticità pàniche. Più scure e perditive in «Amber diary» (Ambra, Fava Tonka, Cipriolo), dove si viaggia a fari spenti incontro ad anime calde, ammalianti, velate. Ma alle latitudini del sole, quello che scotta, sta il verbo discinto di «Sun Mix» (Ananas…): un privé nella baia esotica, incontro alla mescita cocente di un cocktail infinito. Bevanda altra, leggermente blasé, per «Tropical latte» (Cherimoya, latte di Cocco), che stempera nel bianco disincanto, dilava delizie rotonde, polpe senza fibra, scioglievoli e lubrificanti. Un memento plastico che via-via diventa cera, fusa: «Happy birthday» (zucchero, fiamma spenta), gourmand per vocazione, esplode nocciola, crema e lapilli nella festa a sorpresa del giorno più bello. Da vivere cavalcando senza arcione, in «Leather soul» (note piramide olfattiva), sprezzante uguale al cowboy cui basta l’audacia del proprio incedere, su praterie contemporanee.

A fine corsa si sente la pienezza – di cento incontri con altrettanti riflessi del sé. Davanti ai quali non può essere un tranchant “sì o no”. Piuttosto un “à plus (tard)” in filigrana, un appuntamento differito, fregato nella mappatura del domani con stilografica d’argento.

Alessandra Tonizzo

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